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In questa pagina potrete trovare interessanti articoli inerenti la flora e la fauna che popolano i corsi d'acqua. Conoscere meglio le forme di vita presenti negli ecosistemi fluviali, oltre che a migliorarci come perscatori, ci consente di apprezzare di più i momenti passati lungo le sponde dei nostri torrenti preferiti e soprattutto rispettare le esigenze di chi li abita.

Sommario

La flora dei corsi d’acqua – di Fabiano Sodi
dartblu.gif (50 byte) Ecosistema fiume
dartblu.gif (50 byte) Il pioppo bianco
dartblu.gif (50 byte) Il pioppo nero
dartblu.gif (50 byte) I salici

La fauna dei corsi d'acqua - di Gianneschi Gianni
dartblu.gif (50 byte) Il gambero di fiume 

I pesci - di Fabrizio Fabbrini
dartblu.gif (50 byte) La trota
dartblu.gif (50 byte) Il cavedano
dartblu.gif (50 byte) Il temolo

Fabiano Sodi

Fotografo naturalista specializzato nell'illustarzione di piante, giardini e paesaggi naturali. Attivo fin dai primi anni '90 collabora dal 1998 con l'agenzia di fotografia naturalistica PANDA PHOTO e dal 2001 con il mensile GIARDINI.



La Trota

La trota appartiene alla famiglia dei salmonidi, predatori, affusolati, resistenti, veloci e combattivi.
E’ proprio il suo corpo muscoloso, la sua furbizia e sportività che lo rende un pesce pregiato sia per la pesca che per la tavola, non a caso si è guadagnata il soprannome di "Regina".
Per la trota la misura diventa superflua, perché non conta tanto il peso ma il modo in cui noi riusciamo ad ingannarla con le nostre imitazioni e lanci.

Dove abita
E’ un’animale molto vorace, che da piccolo si nutre di insetti, vermi, larve ecc… mentre in età adulta diventa predatore insidiando i pesci più piccoli. La cosa che più c’interessa è dove abita e tutte quelle comportamenti che noi pescatori dobbiamo conoscere; innanzitutto ricordiamo che la maggior attività di essa si svolge nelle ore notturne (in particolare modo nelle notti di luna piena) mentre di giorno ama nascondersi in agguato, muso alla corrente, negli anfratti delle rive, dietro grossi sassi, radici sommerse dove la corrente è meno turbolenta.
Altra caratteristica della trota in generale è la pigrizia, infatti non abbandona, o lo fa raramente, il proprio territorio che difende dagli altri suoi simili scacciandoli ogni volta che si avvicinano, garantendosi quindi il predominio della propria zona che sarà sempre vicina ad un nascondiglio dove lei andrà a rifugiarsi ogni qual volta percepisca un pericolo.

Le specie
Come tutti sapranno non esiste solo una specie di trota, ma quattro originarie e una di importazione. Iniziamo a nominare quelle nostrane: trota Fario, trota Marmorata, trota Lacustre e trota Macrostigma o trota Sarda, mentre quella immessa artificialmente è la trota Iridea.
Naturalmente si diversificano molto tra di loro per colore, comportamento, habitat, sportività ecc… quindi direi di descriverle una ad una per meglio evidenziare queste diversità.

La trota Fario

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Comincerei proprio da lei, perché sarà quella che probabilmente incontreremo per prima sui nostri torrenti appenninici e ci farà un po’ da guida nell’imparare questo affascinante metodo di pesca.
Si trova in prevalenza nei torrenti di montagna, dove le acque sono più fresche ed ossigenate (la temperatura ideale e compresa tra i 6 e i 15 gradi) non contano le dimensioni del fiume che la ospita, infatti la possiamo trovare nei posti più impensati, in canali talmente infrascati che per arrivarci bisogna fare il passo del leopardo, in grandi spianate, oppure in bellissime risorgive dalle acque trasparenti e la vegetazione acquatica rigogliosa. Il suo colore è variabile a seconda del fiume e quindi del fondale che la ospita, ma potremmo descriverlo così: un bruno cupo violaceo sul dorso mentre sui fianchi è bianco argenteo punteggiato di piccole macchie rosse e nere circondate da un piccolo alone giallastro. La sua bocca è abbastanza grande, dato che è pur sempre un pesce predatore, può assumere una forma diversa con il passare degli anni, ovvero la mascella inferiore diventa più lunga della superiore assumendo la caratteristica forma a becco.
La trota Fario risale i fiumi ed i torrenti nella stagione invernale (ottobre-gennaio) spinta dall’istinto della riproduzione fino a quando non trova il suo posto ideale: acqua bassa, poco corrente e fondo in ghiaia fine, dove la femmina si scava delle buche con la coda nelle quali depositerà le uova che verranno fecondate dal maschio e poi ricoprirà il tutto per protezione. Le uova sono di colore arancio-rosa, hanno il diametro di mezzo centimetro ed il loro numero varia tra le 1000 e 2000 per ogni chilo di peso della femmina.

Trota Marmorata

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E’ una varietà poco diffusa della trota, dalla quale si diversifica per il suo colore giallastro del dorso e i suoi fianchi marmorei. Si trova in quasi tutti i principali corsi d’acqua dell’alta Italia e negli affluenti di sinistra del Po, ed in rari casi in quelli di destra. Raggiunge dimensioni notevoli rispetto alla Fario anche se oppone meno resistenza al recupero quando allamata, essendo meno agile e veloce.

Trota Lacustre

Trota Lacustre o più comunemente chiamata trota nera, viene considerata una varietà della Fario, considerando che le differenze sono minime e quindi difficili da individuare. Ve ne sono due tipi, una argentata con poche macchie meno vivaci e quella di fondo con dorso fianchi blu scuri e ventre chiaro. Questa specie predilige bacini grandi, molto profondi con acque limpide e fresche. Si riproduce negli immissari tra ottobre e novembre e le sue dimensioni possono raggiungere la lunghezza di un metro e venti.

Trota Iridea

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Chiamata anche Rainbow trout dagli americani per i suoi colori, assomiglia alla Fario da cui si distingue per la testa più piccola il suo corpo più slanciato la punteggiatura più fitta, ma soprattutto per i suoi riflessi multicolori (verde, viola, rosa, azzurro) disposti in fascia longitudinale lungo i fianchi e la sua pinna caudale maggiormente incavata. Come citato precedentemente questa specie proviene dall’America settentrionale ed è stata importata nelle nostre acque prima del 1900. La sua caratteristica principale è l’adattabilità, in quanto essendo poco esigente non necessita di acque a forte tasso di ossigeno e fredde, anzi predilige le acque a temperatura di circa quindici gradi proprio per questo si è adattata bene nel nostro paese dove la possiamo trovare ovunque.
Altro fattore che ne ha determinato la diffusione è l’immissione "senza regole" ovvero i ripopolamenti fatti senza tenere conto delle trote autoctone che vivevano nel fiume; un grosso errore che per fortuna, con la presenza ora di associazioni più sensibili alle questioni ambientali, che si battono anche per preservare la fauna autoctona, si cerca di evitare effettuando dei ripopolamenti solo con trote del ceppo esistente nel fiume non alterando quindi l’equilibrio del corso d’acqua già precario per motivi di inquinamento.
La trota Iridea, nelle sue particolarità, racchiude anche quella di essere molto facile da allevare e la sua crescita assai veloce, ma ahimè, la sua longevità è più breve rispetto alla Fario, non andando oltre i sette anni di vita.
Come comportamento è simile alla Fario, ma nel caso non trovi cibo per quanto ne necessiti, si allontana alla ricerca di posti più ricchi di nutrimento.

Trota Macrostigma (trota Sarda)

Questa specie popola prevalentemente la acque Sarde e Siciliane, ma in alcuni casi la possiamo trovare in torrenti e fiumi del centro sud Italia. Differisce dalle cugine principalmente per il suo corpo più tozzo, la testa più corta e più piccola e la punteggiatura meno accentuata. Si parla un gran bene di questa trota, infatti, esperti biologi stanno effettuando ripopolamenti con splendidi risultati di adattamento e riproduzione.

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Il Cavedano

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Il cavedano è il ciprinide più comune che popola le acque dei nostri fiumi del piano. Onnivoro per eccellenza vaga costantemente alla ricerca di cibo spostandosi in branchi. La sua dieta è costituita prevalentemente da larve di insetti, effimere, plecotteri o animaletti terrestri caduti per sbaglio in acqua; proprio per questa sua alimentazione diventa una preda del pescatore a mosca e nei periodi invernali, quando la pesca a salmonidi è chiusa può regalarci delle buone giornate di pesca.
Estremamente diffidente ed imprevedibile, può avventarsi su una mosca con velocità sorprendente e con la stessa risputarla senza che si abbia la possibilità di ferrarlo. Spesso si dirige con il muso verso la nostra mosca per poi affondarla con un colpo di coda e credetemi è molto facile scambiare questi "giochetti" per vere e proprie bollate, con il risultato di ferrare a vuoto.
Solitamente questo ciprinide è snobbato dai p.a.m. per la sua scarsa resistenza dopo la ferrata, ma tale reputazione rischia di essere inevitabilmente smentita ogni qual volta si abbia a che fare con la sua diffidenza e selettività nei confronti dei nostri artificiali. Contrariamente ai salmonidi, il cavedano insegue la mosca che draga e non è raro che l’afferri proprio mentre sembra che gli stia sfuggendo. La scelta dell’artificiale non è molto importante, perché lui afferra le nostre imitazioni solo se sorpreso con lanci precisi, in modo da piazzargli la mosca proprio davanti al naso e magari sbattendo leggermente nell’acqua. Così facendo si provocherà nel ciprinide una sorta di reazione aggressiva che nel novanta per cento dei casi si concluderà con l’attacco. Le posizioni predominanti del cavedano sono: in agguato dietro dei sassi o tronchi, in ampie spianate dove la corrente è tranquilla oppure specialmente in estate sotto la vegetazione della sponda; manifestando la sua attività con bollate più o meno evidenti a seconda di cosa si sta cibando.
Anche la pesca con la mosca sommersa risulta producente nei confronti di questo ciprinide, soprattutto se attuata in modo da presentare le nostre mosche per prime all’apparato visivo del pesce, impedendogli di notare il finale (pesca a discendere); in questo caso l’abboccata ci verrà segnalata da un’improvvisa scossa del finale e noi per risposta dovremmo tempestivamente ferrare, perché una volta ghermito l’artificiale e accortosi dell’inganno si dimostrerà lesto nel disfarsi dello stesso.

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Il Temolo (Thymallus–Thymallus)

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Potrei iniziare dicendo molto semplicemente che questo pesce è considerato non a caso da tutti i pescatori, in modo particolare da quelli con la mosca, tra i più belli, eleganti, furbi, potenti e agili esemplari che popolano i nostri fiumi. Lo possiamo facilmente riconoscere per il suo corpo, il suo colore, le sue linee e le sue abitudini che si differenziano da tutti gli altri pesci. La forma è allungata, il profilo dorsale che inizia dietro la testa è molto più curvo del profilo ventrale, questo si può notare più facilmente negli esemplari più vecchi e di taglia maggiore. Il corpo inizia molto grosso all’altezza delle pinne pettorali, per poi affusolarsi regolarmente fino alla coda; tutto questo è ricoperto di squame perfettamente esagonali, piuttosto grandi, che sono disposte in file regolari per tutta la sua lunghezza.
Le due caratteristiche che però più colpiscono vedendo un temolo, sono la sua bocca molto piccola e la sua pinna dorsale, talmente grande in proporzione al corpo tanto da guadagnarsi l’appellativo di "bandiera", anche se molto fragile e per questo motivo è sostenuta da una ventina di spine biforcute con lo scopo di darle maggiore robustezza e resistenza.
Parliamo infine del colore che generalmente è grigio argento sui fianchi per poi scurirsi fino al verde scuro sul dorso, le pinne laterali giallastre, a volte rosse, mentre la caudale e la dorsale sono molto scure.
Naturalmente bisogna far presente che questo Timallide varia di colore in base al fiume e al fondale che lo ospita.
A questo punto, come in una vera presentazione alieutica, dovremmo parlare delle dimensioni e del peso, ma a mio modesto parere è inutile, perché essendo un pesce molto difficile da catturare, combattivo, furbo ed agile, ogni volta che ne allamiamo uno, riesce a regalarci soddisfazioni e divertimento incredibili al di là dalle sue dimensioni.

Dove abita
Il temolo occupa il corso medio alto dei fiumi alpini ed in alcuni casi appenninici. Predilige corsi d’acqua con corrente tranquilla, fondale basso e ghiaioso, possibilmente con una copertura vegetale non eccessiva, ma l’eccezione come sappiamo conferma la regola, infatti, le risorgive, pur essendo ricchissime di vegetazione, costituiscono un habitat fantastico per questo pesce. In definitiva potremmo affermare che in un fiume, la zona da temolo è a valle di quella da trota ed a monte di quella del barbo, infatti, capita spesso di vedere insieme questi due pesci. Non dimentichiamoci però la qualità che le acque dei fiumi, laghi o risorgive devono avere, ovvero, la limpidezza, la purezza, l’ossigenazione e la temperatura bassa.
Il temolo è una specie gregaria cioè che si sposta in branchi lungo il corso del fiume alla ricerca di nutrimento, costituito generalmente da vermi, forme larvali d’insetti, piccoli crostacei ed insetti allo stadio adulto oppure morti. Il suo periodo di riproduzione avviene nella tarda primavera, infatti, se confrontato alla trota possiamo facilmente notare i diversi periodi di apertura e chiusura della pesca, che sono appunto determinati dal periodo di frega.

Tecniche di pesca
Si tratta di un pesce estremamente selettivo, quindi non facile da insidiare, ed è proprio per questo che è molto amato dai pescatori a mosca. Le tecniche sono essenzialmente tutte quelle che la mosca ci può offrire, ovvero: la sommersa, la ninfa, l’emergente e la mosca secca, anche se a parer mio la più bella esaltante e difficile è l’ultima citata.
Il modo di salire del temolo è estremamente spettacolare in quanto si lascia trasportare dalla corrente compiendo un arco per poi arrivare a ghermire l’insetto quasi in posizione ribaltata. Considerando poi che questo nostro amico popola soltanto fiumi o laghi con acque particolarmente limpide e fredde, ci costringerà a ridurre al minimo i movimenti dovuti all’avvicinamento ed al lancio, ma darà ancora più soddisfazione vederlo compiere questo movimento per salire sul nostro artificiale.
Ecco alcune regole che possono favorire l’azione di pesca.
Come prima cosa il finale dovrà essere ben stirato e diametro molto fine (0,10-0,14 max) per far si che l’artificiale scenda a valle nel modo più naturale possibile ed evitando il dragaggio, a meno che non si peschi in alcune fasi della giornata (es. il tramonto) e con alcuni tipi d’imitazioni (tricotteri).
Altra cosa da curare molto è la posa della mosca (stiamo parlando della secca), che dovrà essere il più delicato e preciso possibile affinché, il pesce non si spaventi vanificando tutti gli sforzi da noi fatti fino al quel momento. Cercheremo, infatti, di lanciare la nostra mosca all’incirca ad una distanza doppia di quella che noi pensiamo possa essere la profondità del temolo e così facendo daremo il tempo al pesce di individuare e salire sull’artificiale. Ma perché tutto vada nel verso giusto dobbiamo anche far attenzione che la nostra coda non vada a passare od a cadere nelle immediate vicinanze del timallide in quanto possiamo facilmente spaventarlo. Per quanto riguarda la mosca non mi dilungherei molto per il semplice fatto che ce ne sono centinaia che funzionano molto bene, spetta ad ognuno di noi, attraverso la nostra esperienza maturata sui fiumi capire quale mosca usare in quel fiume ed in quel momento. Un consiglio di base potrebbe essere quello di usare mosche  piccole, possibilmente in cul de canard, materiale molto visibile e con una grande galleggiabilità. Ricordiamoci anche di schiacciare l’ardiglione affinché il pesce subisca meno danni possibili e possa essere reimesso velocemente in acqua.
Per quanto riguarda la pesca del temolo con la ninfa o sommersa, potremmo affermare che possono dare ottimi risultati in assenza di schiuse o con i livelli del fiume alti.
A differenza della trota, che dopo aver mangiato l’insetto gira velocemente la testa e torna in fretta al suo posto, il temolo ghermisce l’artificiale in punta di bocca e senza girarsi ritorna nella sua posizione di caccia, il tutto in modo abbastanza lento. A questo proposito dobbiamo cercare di tenere la coda più diritta possibile perché sia possibile ferrare al momento giusto, anche se a volte il pesce si ferra da solo.
Per il lancio non bisogna cercare la distanza, ma soltanto la precisione; lanci di 6 o 8 metri nella maggior parte dei casi sono più che sufficienti e una maggiore distanza potrebbe penalizzare l’azione di pesca, diminuendo notevolmente la sensibilità e la ferrata.
Anche pescando a ninfa, con uno o due artificiali, è importante lasciarli scendere in maniera molto naturale e più vicino possibile alla profondità alla quale staziona il pesce. In questo caso la distanza ridotta e la limpidezza delle acque ci permetteranno di seguire l’andamento della nostra mosca in acqua e vedere l’eventuale attacco del temolo, gratificandoci così di tutti gli sforzi fatti.

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Il Gambero di fiume

Il Gambero di fiume (Astacus astacus) appartiene all'ordine dei crostacei Decapodi, sottordine Reptanti, famiglia degli Astacidi
I gamberi sono caratterizzati da cinque paia di zampe, le due zampe anteriori hanno dimensioni maggiori alle altre e recano due robuste chele.
I gamberi di acqua dolce hanno dimensioni che variano dai 2 ai 40 centimetri e prediligono acque dolci, correnti e pulite, in regioni dal clima temperato.


Durante il giorno i gamberi si rifugiano tra i sassi e fra le radici delle piante. Generalmente sono attivi di notte, quando escono dai propri rifugi per andare alla ricerca di insetti acquatici, vermi, chiocciole e raramente piccoli pesci ed anfibi; sovente si nutre di sostanze in decomposizione.
La riproduzione avviene per accoppiamento verso la fine dell'autunno, il maschio feconda la femmina tramite un ricettacolo presente nel torace di questa. A primavera la femmina depone le uova, dalle quali dopo circa otto settimane schiudono i piccoli. Questi restano con la madre fino a che non diventano autosufficienti. I gamberi di fiume possono superare i tre anni di vita, nel corso della quale subiscono varie mute che consentono di raggiungere le dimensioni di adulto.
La loro presenza è molto rara, tanto che i gamberi d'acqua dolce rientrano fra le specie protette.
Il peggioramento qualitativo delle acque e una epidemia di peste dei gamberi che colpì in tutta l'Europa centrale, sono la causa della scomparsa di questi crostacei dalla maggior parte delle acque dolci.

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